Favole per bambine

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A tutte noi da piccole sono state raccontate favole per bambine..

Così, per l’abitudine di chiedermi il perché dei nostri comportamenti, mi sono chiesta quanta influenza queste favole per bambine possano aver avuto su di noi, sulla nostra effettiva libertà di pensiero e sull’effettiva possibilità di crearci le nostre regole nelle relazioni.

Quanto hanno contribuito alla creazione di stereotipi sulle relazioni e sull’immagine che abbiamo di noi donne, dato che lo scopo di qualsiasi fiaba è educativo?

Le più note favole per bambine, quelle che non hanno risparmiato nessuna di noi, sono Biancaneve e i sette nani, Cenerentola e la Bella addormentata nel bosco.

Di ognuna di queste favole esistono diverse versioni, anche rimaneggiate e recentemente riadattate in chiave più moderna, che a volte ci propongono l’immagine femminile un po’ meno vittima e un po’ più audace, ma alla fine queste favole per bambine hanno (almeno) tre comuni denominatori:

  • una bella fanciulla che non riesce a provvedere a sé stessa
  • almeno una donna cattiva che è invidiosa della sua bellezza
  • un principe azzurro che le salva e le sposa.

Quindi mi chiedo: quale messaggio ne abbiamo colto? In che modo potrebbe influenzare i nostri comportamenti, le nostre relazioni e la nostra libertà di pensiero?

Giusto per ricordarcele insieme, vediamone un riassunto delle versioni più tradizionali, quelle che ci raccontavano prima di addormentarci o che mettevamo in scena all’asilo e alle elementari nelle recite.

La favola di “Biancaneve e i sette nani” racconta di una bellissima fanciulla figlia di una regina che nel darla alla luce muore.

La seconda moglie del re, una bellissima donna che possedeva uno specchio magico. Lo specchio magico, un giorno, alla domanda “Specchio specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame” le rispose “Biancaneve”.  La matrigna, invidiosa della bellezza della giovane figliastra, incarica un cacciatore di ucciderla. Il cacciatore però impietositosi decide di lasciarla nel bosco. Biancaneve, dopo aver vagato per un po’ nel bosco, si imbatte in una casa costruita proprio nel cuore della foresta nella quale abitano sette nani, che lavorano in una vicina miniera per guadagnarsi da vivere. La casa è vuota e Biancaneve, affamata e stanca, mangia un po’ di cibo già preparato dai nani, e si addormenta nell’unico dei sette letti della propria misura. I nani, dopo un primo attimo di sgomento per l’intrusione, sono felici di ospitare la dolce Biancaneve, che in cambio li accudisce nelle faccende domestiche. La vita scorre tranquilla fino a quando la regina cattiva, grazie allo specchio fatato, scopre che la ragazza è viva e in salute, e tenta di nuovo di ucciderla, prima con un pettine avvelenato, poi con la famosa mela.

Biancaneve al primo morso della parte avvelenata, cade in uno stato di morte apparente da cui nessuno degli sforzi compiuti dai nani riesce a svegliarla. Gli stessi nani, convinti che sia morta, la pongono in una bara di cristallo e la sistemano sulla cima di una collina in mezzo al bosco.

Per molto tempo Biancaneve resta vegliata dai nani finché un giorno non viene notata da un principe che passava di lì sopra il suo bellissimo cavallo. Il principe vorrebbe portarla nel suo castello, per poterla ammirare e onorare per tutti i giorni della sua vita. Dopo molte insistenze i nani, impietositi dai sentimenti del giovane, acconsentono alla sua richiesta. Avviene però che uno dei servitori del principe, arrivati per trasportare la bara al castello, inciampi su di una radice sporgente, facendo cadere la bara giù per il fianco della collina. Durante la caduta esce dalla bocca di Biancaneve il boccone di mela avvelenato (che in barba alla fisiologia e alla chimica è restato lì senza essere né deglutito né digerito) e così la ragazza si risveglia. Biancaneve s’innamora subito del principe e vissero felice e contenti.

Altra favola per bambine che tutte ricordiamo, narrata in centinaia di versioni in gran parte del mondo, parte dell’eredità culturale di numerosi popoli, è Cenerentola.

Anche Cenerentola è la storia di una bellissima giovane, rimasta orfana prima della madre, poi del padre, che però nel frattempo si era risposato con un’altra donna a sua volta vedova e con due figlie. Dopo la morte del padre la ragazza viene schiavizzata dalla seconda moglie del padre e dalle sue figlie bruttissime, che la odiano al punto di chiamarla solo col nomignolo “Cenerentola” (dalla cenere di cui la ragazza si sporca pulendo il camino e dalle pentole che usa per cucinare il cibo alle sorellastre e alla matrigna).

Un giorno giunge in tutta la città la notizia che a corte si terrà il primo di tre balli organizzati dal re, durante i quali il principe potrebbe scegliere la sua promessa sposa. Naturalmente, solo le sorellastre e la matrigna partecipano al ballo escludendo Cenerentola.

Ma con l’aiuto di una magia la ragazza riesce a partecipare al ballo vestita di un meraviglioso abito da sera, con l’imperativo però di rientrare a mezzanotte (che ricorda tanto la raccomandazione di mamma e papà). Al ballo attira l’attenzione del principe e ballano tutta la notte e Cenerentola, già innamorata, si scorda del tempo che fugge; poiché l’effetto dell’incantesimo è destinato a svanire proprio a mezzanotte, ella deve fuggire di corsa al rintocco, ma nella fuga, perde una scarpina di pelliccia di scoiattolo (spesso considerata erroneamente di vetro a causa di un errore di traduzione dal francese). Il principe, ormai anch’egli innamorato, trova la scarpina e proclama che sposerà la ragazza capace di calzarla.

Il giorno successivo, alcuni incaricati del principe girano dunque per il regno facendo provare la scarpina a tutte le ragazze in età da marito, incluse le sorellastre di Cenerentola, le quali cercano di ingannare il principe tagliandosi le dita dei piedi e il tallone per riuscire ad indossare la scarpetta (cosa non si farebbe per un principe azzurro!!). Comunque, alla fine, Cenerentola prova la propria identità, sposa il principe, e vissero felici e contenti.

Ne La bella addormentata nel bosco, troviamo un’altra bella fanciulla vittima di un’altra strega cattiva (povere streghe, sempre dipinte come brutte e cattive).

Per celebrare il battesimo della tanto sospirata figlioletta, un Re e una Regina invitano tutte le fate del regno affinché le facciano da madrina. Ognuna delle fate dona qualcosa alla neonata: chi la bellezza, chi la saggezza, chi il talento musicale. Sopraggiunge una fata cattiva, che non era stata invitata e per vendicarsi dell’onta dona alla bambina una maledizione: “Prima che il sole tramonti sul suo sedicesimo compleanno ella si pungerà il dito con il fuso di un arcolaio e morrà!” Una delle fate buone, pur non potendo annullare l’incantesimo, lo mitiga, trasformando la condanna a morte in quella di 100 anni di sonno, da cui la principessa potrà essere svegliata solo dal bacio di un principe.

Per impedire che la profezia si compia, il Re bandisce gli arcolai dal suo regno; ma la principessa, all’età di 15 anni, per caso incontra una vecchia che sta tessendo, e il suo fato si compie. La fata buona, sopraggiunta per aiutare la sua figlioccia, fa addormentare insieme alla principessa l’intero castello.

Col tempo, il castello incantato si copre di una fitta rete di rovi, tale da impedire a chiunque di penetrarvi.

Dopo 100 anni un principe giunge al castello, e miracolosamente i rovi si aprono dinnanzi a lui. Il principe trova la principessa, e se ne innamora a prima vista. Il suo bacio la risveglia e nella seconda parte della storia, che non compare in alcune versioni, il principe sposa la principessa e vissero di nuovo felici e contenti.

Ora, perdonatemi il delirio, ma queste favole per bambine, nel raccontare la storia di tre poverette, generano stereotipi che per definizione rappresentano un limite al pensiero critico: quello della donna indifesa e dell’uomo che deve sempre correre a salvarla e quello di relazioni basate più su un rapporto di dipendenza che di felicità.

“La felicità è una mente aperta. Fai attenzione ai tuoi stereotipi e pregiudizi, potrebbero metterti in trappola e farti perdere ciò che la vita ha da offrire.” (Med Yones)

Forse è per questo che ancora oggi, molte di noi pensano di non poter fare a meno di un uomo per vivere e sui cui appoggiarsi come un bastone (ben diverso dal desiderio dal creare e vivere una storia d’amore nella libertà di esprimere sé stesse)?

Che tipo di relazioni si possono generare su questi stereotipi? 

E che dire della rivalità tra donne su chi sia la più bella del reame e che ci fa spesso guardare l’un l’altra come una minaccia che ci possa portar via il tanto agognato principe azzurro e il suo cavallo bianco (o la sua bella auto per rimanere ai giorni nostri)?

Vorrei tanto che le prossime generazioni di donne fossero indipendenti anche da un punto di vista emotivo, che scegliessero di vivere con un uomo per amore e non per necessità. Magari la smetteranno di guardare in cagnesco le altre donne, definendole spesso con i peggiori epiteti, di essere più maschiliste di certi uomini. Forse libereranno gli uomini dal ruolo di principe azzurro che si deve far carico di una donna.

Forse principi e principesse potranno creare regni dove le relazioni siano basate non sul bisogno e sulla dipendenza, emotiva ancor prima che economica, ma sulla stima, il rispetto, l’essere se stessi e l’amore.

Chiara Zerbini

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