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Mettersi in discussione o mettersi in gioco

Mettersi in discussione
o mettersi in gioco?

Che differenza c’è?

Mettersi in discussione è considerata una virtù, la base fondamentale per affrontare il cambiamento, per la propria crescita personale e per il proprio sviluppo professionale. Ma quali sono le controindicazioni?

Questa tanto osannata medicina del mettersi in discussione, che sembra promettere la strada per la soluzione dei problemi o addirittura per l’illuminazione (perdonate l’ironia), nasconde una trappola, una controindicazione da sbugiardare andando un po’ a fondo al suo vero significato.

Nessuno sceglie un male, riconoscendolo come male, ma, allettato da esso perché sembra un bene se considerato in confronto con un male più grande, egli cade in trappola. (Epicuro)

Mettersi in discussione è molto diverso dal mettersi in gioco, che presuppone un approccio differente che ci consente di esprimere il nostro potenziale, migliorare i nostri risultati, affrontare il cambiamento e soprattutto di mantenere una buona relazione con noi stessi.

Mettersi in discussione: riflettiamo insieme sul significato nascosto

Letteralmente, mettersi in discussione significa mettere in discussione se stessi.

Ma quand’è che mettiamo in discussione qualcosa? Quando riteniamo che quel qualcosa sia sbagliato.
Mi piace scomodare il dizionario dai tempi della scuola. E facendolo anche ora, quello dei sinonimi mi dice che mettere in discussione è anche “contrastare, discutere, dubitare”, e ancora “contestare, negare”.
Se tanto mi dà tanto, mettersi in discussione significa quindi contrastare, discutere, negare sé stessi. Autoaccusarci di essere sbagliati. Puntare il dito contro noi stessi.

Già vista così, questa medicina rivela le sue controindicazioni e perde il suo fascino virtuoso.
Ma andiamo avanti per approfondirne gli effetti pratici.

Mettersi in discussione, una medicina che compromette le nostre forze

Immaginiamo di incontrare qualcuno che ci punta il dito contro e ci accusa di essere sbagliati. Cosa gli rispondiamo?
Nella migliore delle ipotesi lo mandiamo a quel paese (tanto per usare un eufemismo).
Nella peggiore iniziamo una discussione o un litigio.
Sicuramente non avremo voglia di andarci a cena, di fare o mantenere un’amicizia con lui o con lei. Di instaurarci una relazione.

Quando ci mettiamo in discussione, quel qualcuno siamo noi.
E non potendo fare a meno di frequentarci, l’unica cosa che possiamo fare è litigare, entrare in conflitto con noi stessi.
Questa lotta, oltre a richiedere l’impiego di un’enorme quantità di risorse (tempo, energia), compromette due grandi forze necessarie per una sana crescita personale e per un concreto sviluppo personale:

  • la relazione che abbiamo con noi stessi
  • la nostra autostima.

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Mettersi in discussione mina il nostro senso di auto efficacia e la nostra autostima

Chiara Zerbini

Cosa mettere in discussione per una sana crescita personale e professionale

Spesso durante le sessioni di coaching sia individuali che in azienda, mi succede di incontrare persone che per raggiungere un risultato che non stanno ottenendo, si dicono pronte a mettersi in discussione. Alla mia domanda “perché vuoi metterti in discussione, cosa vuoi ottenere dal metterti in discussione”, la risposta suona sempre così “perché voglio capire dove sto sbagliando”.
Benissimo. – rispondo io – Ma dimmi una cosa: senti maggiormente di compiere azioni sbagliate o di essere sbagliato?

Anni fa anche io ero intrappolata nel gioco del mettersi in discussione. Quasi assuefatta da quella che sembrava essere la panacea di tutti i miei mali. Non riuscivo ad ottenere i risultati che volevo, continuavo a fare corsi, ad analizzarmi, a mettermi in discussione. Quello che ottenevo era la perdita di leadership e di credibilità verso me stessa e di chi lavorava con me (d’altra parte, se il messaggio che lasciavo trapelare era che non mi andavo bene io, come potevo pensare di andare bene a loro, tanto da seguirmi?).

Poi un giorno, ho finalmente capito quanto quel mettermi in discussione mi allontanava da quello che volevo realizzare. Ho preso consapevolezza di quanto il continuo mettersi in discussione aveva minato la mia autostima, il mio senso di autoefficacia e il rapporto che avevo con me stessa.

Mettersi in discussione non ha niente a che vedere con il miglioramento personale, né la via per raggiungere i migliori risultati, è solo una fustigazione che infliggiamo a noi stessi. Tantomeno rappresenta la strada verso la perfezione o l’illuminazione (che poi a cosa servano non si sa).

Ho capito che ciò che è più utile da fare è:

  • partire dal presupposto che il nostro essere noi stessi va già bene così,
  • comprendere che sono le nostre idee, le nostre azioni e i nostri comportamenti che a volte sono da mettere in discussione,
  • prendere consapevolezza di come la nostra mappa soggettiva, fatta di convinzioni, di valori e di regole, determini i nostri risultati e lo sviluppo del nostro potenziale,
  • chiedersi se le capacità di cui disponiamo sono sufficienti o se vanno implementate

In questo modo portiamo il problema ad un livello di pensiero diverso.

Passiamo dal minare la nostra autostima e la relazione che abbiamo con noi al cercare di compiere azioni più efficaci. Dal dove siamo sbagliati al dove stiamo sbagliando. Allora potremo utilizzare tutte le nostre energie nel portare avanti i nostri progetti, anziché sprecarle nell’eterna lotta contro noi stessi.

Quando mettiamo in discussione la nostra identità

Nella vita possono verificarsi situazioni, di solito dolorose, che ci costringono a metterci in discussione, a rivedere la nostra intera esistenza. Sono quelle situazioni in cui arriviamo a parlare di crisi di identità.
Può verificarsi a qualsiasi età ed è una condizione che ci toglie una delle maggiori sicurezze: l’immagine di noi stessi. Il modo in cui ci percepiamo. La nostra identità appunto.

In ambito professionale, succede spesso quando ci siamo identificati nella nostra impresa o con il ruolo che avevamo e questi vengono a mancare per un dissesto finanziario, un licenziamento o un pensionamento.

In questi casi, ristabilire una relazione con chi siamo veramente e con il nostro scopo possono essere di grande aiuto. Possono permetterci di ridefinire, anche in meglio, la nostra vita, le nostre priorità. Di ripartire da noi stessi per continuare a esprimere il nostro potenziale.

In ogni caso, si tratta di momenti difficili.
Per questo dobbiamo prestare attenzione a non abusare del “mettersi in discussione”, perché a forza di metterci in discussione, possiamo minare la nostra forza e la nostra solidità.

Sei stanco di metterti in discussione e vuoi metterti in gioco per raggiungere i tuoi obiettivi? Scrivimi qui!

Mettersi in discussione sul lavoro

Le certezze sul lavoro che ci hanno accompagnato fino ai primi anni duemila sono ormai un lontano ricordo.
Che ci piaccia o no, che guardiamo a questi nuovi scenari socioeconomici come un’opportunità o con triste nostalgia, sono finite. Non ci sono più.

La crisi economica che ci accompagna ormai da più di dieci anni ci costringe a mettere in discussione il nostro ruolo e le nostre competenze anche sul lavoro. Dipendenti, manager, liberi professionisti, imprenditori. Nessuno escluso. Solo con modalità diverse.

Per giunta, l’inizio del 2020 ha portato con sé il Covid19, tanto per dare l’ultimo colpo di grazia all’economia. Ma anche alle nostre resistenze al cambiamento.
Se mettersi in discussione sul lavoro poteva essere considerata un’opportunità di migliorare la propria condizione, ora è diventata una questione di sopravvivenza. Che ci piaccia o no.

Il problema è che anche il mettersi in discussione sul lavoro ci toglie certezze, indebolisce il nostro senso di autoefficacia.
Se penso che tutto quello che ho imparato non vada più bene, se penso di non essere più adeguato al mercato o a quello del lavoro, sono forse da buttare? Se so fare solo quello che ho fatto finora, che futuro posso avere? Come posso avere fiducia in un lieto fine se le mie abilità sono da rottamare?

Esagerata?
Forse.
Ma queste domande non le ho inventate.
Sono le stesse domande che ho fatto a me stessa quando ho deciso di non fare più l’agente immobiliare e che sento fare da molti miei clienti di coaching.

Il fatto è che anche se gli scenari sono cambiati e ci chiedono nuove abilità, nuove propensioni al cambiamento, tutto quello che abbiamo imparato e tutta la nostra esperienza possono rappresentare grandi risorse. Per nuove attività. Per nuove imprese. Per nuove posizioni lavorative.
Parlo non solo di competenze verticali specifiche. Mi riferisco a tutte quelle competenze trasversali che possiamo mettere a frutto in tantissime altre situazioni professionali.

Mettersi in gioco: una migliore alternativa

Per tutte queste ragioni, al mettersi in discussione preferisco di gran lunga il mettersi in gioco.

Mettersi in gioco presuppone un approccio diverso che ci consente di esprimere il nostro potenziale, migliorare i nostri risultati, affrontare il cambiamento e soprattutto, di mantenere una buona relazione con noi stessi.

Mettersi in gioco ci riporta alla bellezza di imparare cose nuove, di aprirci a nuove idee, a nuovi schemi di pensiero. Non parte dall’idea che siamo sbagliati e che per questo dobbiamo negare noi stessi. Né parte dal presupposto che siamo da rottamare insieme alle nostre competenze. Per questo incontra meno resistenze al cambiamento: perché la nostra mente, che a livello inconscio vuole preservarci, ha meno paura.

Quando ci mettiamo in discussione invece, è come se le stessimo dicendo “non vai bene così, devi cambiare completamente”. Viceversa, quando ci mettiamo in gioco il messaggio che le diamo suona più così “non ti sto chiedendo di buttare via tutto quello che finora ci ha dato certezze. Solo di aprirti a nuove visioni, a nuove idee, a nuove azioni”.

Ecco che, così rasserenata, è disposta a proseguire nel suo processo evolutivo. È allora che possiamo ottenere maggiori o diversi risultati. Partendo dalle nostre capacità, da tutto il nostro potenziale, fatto anche di esperienze passate e di lezioni imparate dai nostri errori. Senza minare il rapporto che abbiamo con la persona più importante, quella che da sempre è con noi ventiquattro ore al giorno, sette giorni su sette: noi.

Ed ecco perché ai miei clienti durante la prima chiacchierata, non chiedo mai se sono disposti a mettersi in discussione, ma chiedo loro “sei disposto a metterti in gioco per raggiungere gli obiettivi che vorresti ottenere nella tua impresa e nella tua attività?”.

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