La vulnerabilità ci toglie forza e potere?

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Quante volte abbiamo cercato di nascondere a noi stessi e agli altri la nostra vulnerabilità?

Quante volte ci siamo detti: non mostrarti debole e vulnerabile, non mostrare le tue lacrime, il tuo sconforto, le tue emozioni, perché qualcuno potrebbe approfittarsene?

Quante volte abbiamo cercato di coprire i nostri errori o di farli passare come minori o di nascondere i nostri momenti di sconforto e tristezza?

Ma oggi, la nostra vulnerabilità è ancora un segno di debolezza o è diventato un punto di forza?

Quando eravamo bambini, pensavamo che una volta cresciuti non saremmo più stati vulnerabili. Ma crescere vuol dire accettare la vulnerabilità. Essere vivi significa essere vulnerabili. (Madeleine L’Engle)

Sin da piccoli, ci viene insegnato a non mostrarci vulnerabili. Perché mostrare vulnerabilità è segno di debolezza.

Che siamo uomini o donne, almeno una volta da bambini ci sarà capitato di sentirci dire “non fare la femminuccia”.

Poi, diventando grandi, alle donne viene consentito un po’ di più. Tanto che alcune di noi finiscono con l’usarla come arma per irretire uomini desiderosi di proteggerci.

Agli uomini no. Non è consentito essere vulnerabili. Tanto meno mostrarsi tali.

All’uomo viene chiesto di essere forte, conquistatore e condottiero della sua famiglia, della sua azienda, del suo gruppo, pena il declassamento a mezzo uomo.

O almeno, questo è il dogma che ha fatto da padrone per tutte quelle generazioni che oggi hanno dai quarant’anni in su, me compresa.

La nostra è una generazione di mezzo

Divisa tra un passato e quindi un’educazione infarcita di dogmi simili e un presente e un futuro che ha aperto le porte a nuovi valori, o meglio, ad un modo nuovo di esprimere e considerare quei valori.

Oggi infatti, ci viene chiesto di mostrare anche la nostra vulnerabilità. Le nostre debolezze. In segno di forza.

Così, la nostra povera mente si trova incastrata a dover scegliere di continuo tra stereotipi, che in quanto tali sono molto radicati e nuovi modi di pensare e di vedere la vita.

Raramente siamo consapevoli di questa lotta intestina.

Il fatto è che la soddisfazione nella vita è per forza legata al contesto sociale in cui viviamo.

Proprio qualche sera fa mi sono trovata a parlarne con mia mamma.

Mia mamma è una donna intelligente, cresciuta e sempre vissuta in un contesto semplice, tipico di un piccolo paese di campagna (dove io stessa ho vissuto per i primi 19 anni di vita).

Parlando di una persona a noi vicina, molto giovane, che da anni soffre di depressione, la domanda che mi ha fatto è stata: “come mai nonostante le persone abbiano a disposizione tanti psicologi (termine generico che per lei comprende psicanalisti, psicoterapeuti e psichiatri), oggi non riescono a star bene di testa?”

La sua cultura e la sua intelligenza (parliamo di una donna di campagna che cinquant’anni fa aveva un diploma), le impedisce di liquidare la sua curiosità alla frase scontata “state male e non sapete cosa volete perché avete tutto”.

Come ben spiegò Abram Maslow con la sua piramide dei bisogni, ogni volta che la società soddisfa un bisogno inferiore, inizia a cercare di soddisfare un bisogno superiore.

I nostri nonni dovevano soddisfare bisogni legati alla sopravvivenza: cibo, un tetto, un minimo di salute.

I nostri genitori, dal momento che i loro genitori gli avevano garantito un minimo di quella sopravvivenza, si sono adoperati per soddisfare bisogni legati alla sicurezza: un lavoro sicuro, una casa di proprietà.

E una volta soddisfatti quei bisogni, hanno avviato i loro figli ad un benessere maggiore, sia materiale che psicologico e mentale.

Il modo in cui noi oggi cerchiamo la soddisfazione personale, è completamente diverso da quello dei nostri genitori e, ancor di più, dei nostri nonni.

La nostra soddisfazione è molto più legata all’autorealizzazione, alla realizzazione del sé.

E qui arrivano i guai, perché abbiamo un bisogno per il quale chi ci ha preceduto, chi ci ha educato, non poteva darci le istruzioni.

I nostri educatori (famiglia, scuola, a volte religione), ci hanno trasferito le uniche istruzioni che avevano, quelle che servono a soddisfare bisogni che, essendo soddisfatti, non sentiamo più come tali. O che sentiamo insieme ad altri bisogni di autorealizzazione.

In pratica, essendo una generazione di mezzo, abbiamo istruzioni che non ci sono sufficienti a soddisfare quei bisogni che vediamo riflessi nel contesto sociale in cui viviamo e nel quale ci specchiamo.

Cosa c’entra la vulnerabilità in tutto questo?

La vulnerabilità c’entra perché la via della realizzazione di se stessi, passa per il guardarsi dentro.

L’autorealizzazione, la realizzazione del sé, bussa alla porta del nostro essere unici.

E comprendere la nostra unicità richiede un lavoro di introspezione.

Ma l’introspezione ha due bug, due presupposti che non la rendono semplice.

  1. non è facile guardarsi dentro con la lente dell’obiettività e del distacco.
  2. l’introspezione richiede l’accettazione della propria vulnerabilità. Richiede disponibilità ad aprirsi e a considerare la possibilità di non essere perfetti.

E il considerare di non essere perfetti, ci chiede un’autocritica che non è sempre facile.

Diventa però più semplice quando spostiamo la critica dalla nostra identità, da ciò che siamo, alle nostre azioni.

Dire “ho sbagliato” non ha niente a che vedere con il dire “sono sbagliato”.

Quando accettiamo di osservare le nostre azioni con senso critico, allora possiamo migliorare.

Possiamo guardarci dentro e capire cosa ci rende soddisfatti della vita, di noi stessi e con gli altri.

Quando invece giudichiamo noi stessi, la nostra identità, violiamo la nostra fragilità e ci spogliamo della nostra solidità.

La nostra fragilità è un valore che dovremmo riscoprire e proteggere, non tanto dagli altri, ma da noi stessi.

Perché quando l’abbracciamo, scopriamo di essere perfetti nella nostra imperfezione.

Allora potremo essere più liberi di camminare lungo la strada della realizzazione di noi stessi, che già di per sé, ci rende soddisfatti.

Ogni giorno i piccoli passi e le grandi svolte della nostra vita ci insegnano che non sono affatto le dimostrazioni di forza a farci crescere, ma le nostre mille fragilità. (Fabrizio Caramagna)

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