Intelligenza artificiale: siamo pronti a questo cambiamento?

Tempo di lettura:  7 minuti

L’intelligenza artificiale sta entrando nelle nostre case, nel nostro lavoro e nelle nostre vite.

Come tutte le innovazioni tecnologiche, anche l’intelligenza artificiale sta portando progresso e aspetti positivi. Molte persone però ne sono preoccupate. Hanno torto o ragione? La nostra umanità cederà il passo alle macchine? Cosa non smetterà mai di distinguerci da un robot? Forse la paura del cambiamento?

Di cosa abbiamo paura

Secondo una ricerca di Pew Research, il 70% degli statunitensi prova diffidenza e preoccupazione nei confronti dei robot.

Le paure più diffuse legate all’intelligenza artificiale e ai robot, sono

  • la paura di perdere il lavoro, perché sostituiti da un robot
  • la paura che i robot prendano il sopravvento sugli umani

Ma perché suscitano tutto questo timore? Un ruolo potrebbe averlo giocato la fantascienza, che fin dagli anni ’20 (epoca in cui Karel Capek coniò il termine “robot” per il suo dramma R.U.R) fino ad arrivare a Terminator, ci ha bombardato di opere in cui intelligenze artificiali, cyborg e quant’altro hanno sempre un solo obiettivo: assoggettare l’essere umano.

Ci sono però ragioni molto più razionali per cui un’elevata percentuale di persone non vede di buon occhio la diffusione di robot sempre più evoluti. Prima di tutto, la questione lavorativa: secondo i calcoli della Bank of America, il 47% dei lavori può essere automatizzato. E tra questi lavori, alcuni rischiano di andare incontro a una vera e propria apocalisse.

(fonte Wired – Perché abbiamo paura dei robot)

Pensiamo agli autotrasportatori e ai taxisti che potrebbero essere sostituiti da veicoli che si guidano da soli, peraltro già esistenti.

Oppure a professionisti che potrebbero essere rimpiazzati da software legali o che scrivono testi o che formulano diagnosi.

L’uomo è davvero così facilmente sostituibile?

Dall’avvento della prima rivoluzione tecnologica, l’uomo ha saputo realizzare strumenti che hanno semplificato la vita e il lavoro. Se da un lato queste innovazioni hanno superato maestranze e professioni, dall’altro hanno reso necessarie nuove professioni che sapessero lavorare con quelle innovazioni. Come se anche in questo caso valesse la teoria di Antoine-Laurent Lavoisier

Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.

Byron Reese, futurista, imprenditore ed esperto in tecnologia, nel suo libro The Fourth Age, indica che dagli albori della civiltà sono avvenute quattro rivoluzioni tecnologiche.

La prima era dell’umanità inizia con la prima scoperta tecnologica che ci ha cambiati in modo permanente: il fuoco. Questo ci ha fornito luce, un’arma contro le bestie e ci ha permesso di cucinare

il nostro cibo, accrescendo l’apporto calorico e permettendoci così di far crescere i nostri cervelli fino a una complessità mai vista prima. Grazie ai nostri nuovi e potenti cervelli abbiamo sviluppato un’altra tecnologia, il linguaggio, ciò che secondo Will Durant ci ha “reso umani” e ci ha condotto al primo requisito del progresso: l’immaginazione.

La seconda era inizia dopo quasi centomila anni di chiacchiere tra antiche tribù di cacciatori e raccoglitori con la scoperta di una nuova tecnologia: l’agricoltura. Proprio come con il fuoco e il linguaggio, l’agricoltura ci ha regalato diversi progressi, le città, la divisione del lavoro, il concetto di proprietà e la guerra, per nominarne alcune. Con l’invenzione dell’agricoltura si è messo fine alla parità economica della prima era e si è ottenuto il secondo requisito del progresso: l’idea del futuro.

La terza era ha inizio cinquemila anni fa, con l’invenzione della scrittura da parte dei sumeri, finalmente le idee potevano vivere al di fuori della mente umana. La scrittura ha portato alla nascita di altre innovazioni come la moneta, la ruota e i codici legali. Possiamo affermare che fino a tempi recenti abbiamo vissuto nella terza era, certo ci sono state molte innovazioni ma sono tutte state più evolutive che rivoluzionarie, in quanto non hanno portato a nessun cambiamento fondamentale dell’essere umano.

La quarta era inizia nell’ultimo secolo della terza, quando Gordon Moore nota qualcosa di interessante: il numero di transistor nei chip prodotti aumenta esponenzialmente. Questa osservazione, conosciuta ora come la legge di Moore, può essere applicata a qualsiasi tipo di tecnologia che raddoppia la sua potenza ogni dato numero di anni. La combinazione tra il metodo scientifico e la legge di Moore ha prodotto l’esplosione della tecnologia e ha portato all’invenzione più significativa della fine della terza era, i computer. I computer sono importanti perché fanno qualcosa di davvero speciale: il calcolo, il quale non è altro che il battito dell’universo. Giungiamo quindi alla domanda centrale: se tutto nell’universo è calcolo, lo siamo anche noi e le nostre menti?

(Fonte 4Books, un’app che vi consiglio davvero se siete appassionati di libri)

Su questa domanda ci sono ampi dibattiti. Come del resto è normale davanti a grandi cambiamenti.

Forse, la paura del cambiamento ha accompagnato i nostri antenati durante le precedenti rivoluzioni tecnologiche

La paura è quell’amica che ci protegge dalle cadute, dai pericoli, dalle mosse avventate.

E quella del cambiamento ha a che fare con il nostro senso di autoconservazione.

Il fatto è che davanti a rivoluzioni epocali come quella in cui viviamo, l’unico modo di autoconservarci è proprio accettare di cambiare. Cambiare prima che sia troppo tardi. Robot o non robot.

Davanti a rivoluzioni epocali come quella in cui viviamo, l’unico modo di autoconservarci è proprio accettare di cambiare. Cambiare prima che sia troppo tardi. Condividi il Tweet

Chi ha spostato il mio formaggio

Chi ha spostato il mio formaggio è il titolo di un simpatico libricino della collana One Minute Manager.

Un libro facile e veloce da leggere, ma con un grande messaggio.

Parla di quattro personaggi, due topolini e due gnomi dal comportamento umano, che si trovano ad affrontare un cambiamento. Il loro formaggio, quello li nutre e li rende felici, è stato spostato. Per ritrovarlo devono entrare e completare un labirinto. Solo uno di loro, il topo Ridolino, accetterà il cambiamento e riuscirà a districarsi nel labirinto. Alla fine:

  • troverà di nuovo il suo formaggio e scoprirà che, abbandonata la nostalgia del vecchio, il nuovo ha un sapore ancora più gustoso;
  • imparerà che il cambiamento, che all’inizio lo aveva fatto sentire perduto e smarrito, può invece essere gestito con minor stress e portarci a qualcosa di ancora meglio.

Se non puoi sconfiggerlo, fattelo amico (Giulio Cesare)

Questo vale anche per noi nei confronti dell’intelligenza artificiale.

È normale che ci faccia paura, che ne temiamo le conseguenze.

Forse alcuni lavori scompariranno, come in un tempo non troppo lontano scomparirono gli amanuensi, i produttori di carrozze, di gioghi per i buoi. Forse alcune professioni verranno profondamente trasformate. Ma ne potremo creare di nuove.

Perché un robot potrà essere più efficiente dell’uomo, potrà avere più forza di un uomo, potrà calcolare più velocemente di un uomo, potrà prendere decisioni più velocemente.

Ma, anche se un giorno arrivassimo a quella che viene chiamata IAG (Intelligenza Artificiale Generale), ad un’intelligenza versatile e intelligente come la mente umana, credo che difficilmente un robot avrà mai la capacità di creare. Di inventarsi un lavoro. Di scegliere chi essere. Come vivere. In cosa credere. Di decidere le proprie regole. Difficilmente sarà dotato di consapevolezza e libero arbitrio.

Chissà, forse potrebbe essere proprio la paura dei robot a ricordarci chi e cosa siamo, e a non farci vivere come un robot programmato da altri.

E se la paura è una nostra amica, c’è una paura che dovremmo coltivare, accogliere ed accarezzare?

Forse la paura di vivere una vita non nostra.

Una vita segnata da programmi non nostri che ci vengono inseriti sin da piccoli con l’educazione.

I nostri genitori fanno del loro meglio per prepararci ad essere adulti responsabili.

Ma viene il momento in cui dovremmo prenderci la responsabilità di scegliere.

Di scegliere i nostri valori, le nostre regole, il nostro modo di vivere.

Grazie alla consapevolezza, alla conoscenza e al libero arbitrio, dovremmo cercare di vivere secondo la nostra natura. Secondo quello che ci rende unici. Per essere soddisfatti e contribuire alla crescita, nostra e di chi ci sta vicino.  

Perché se la paura di essere sostituiti da un robot è plausibile, dovrebbe essere ancora più imminente la paura di vivere come robot programmati dalla società e dall’educazione.

Per non fare la fine di quel topo che muore di fame perché rimane incastrato nel labirinto costruito da altri.

Chiara Zerbini

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