Qualcosa di me, Chiara Zerbini

Ogni sito o blog che si rispetti contiene una pagina autobiografica sull’autore, persona o azienda che sia: la nota pagina bio o chi sono/chi siamo, o about me/about us dal tono più globale.

È spesso la pagina più difficile da scrivere, forse perché raccontarsi agli altri ti pone davanti ad interrogativi quasi esistenziali e all’esigenza di fare un riassunto non ammorbante che, per forza di cose, implica scegliere cosa tenere e cosa cancellare di te e della tua vita:

  • chi sono io per me?
  • Chi potrei essere per gli altri?
  • Cosa può essere interessante di me e della mia vita che valga la pena di essere raccontato?
  • Che immagine voglio dare agli altri? Che tradotto significa “cosa mi piacerebbe che gli altri pensassero di me?”

Così, non potendo sottrarmi dallo scriverla, cercherò di fare una sintesi veritiera di 45 anni, consapevole del fatto che come qualcuno ha scritto,

un’autobiografia è il racconto di come credi di aver vissuto (anonimo)

Tutto, almeno su questa terra per chi crede che ci sia un prima e un dopo, è iniziato nel 1973, anno in cui sono nata in un paesino di provincia, da una famiglia semplice, onesta e molto affettuosa, che mi ha insegnato a lavorare a testa bassa e a dare sempre il 100% senza aspettarsi tanti complimenti: è il tuo dovere, punto e basta.

Sarà stato il mio carattere da sempre ribelle, sarà stato il tentativo dei miei di proteggermi da tutto, ma quel paesino così piatto, monotono, abitato da ben 700 persone che tutto di tutti sanno e che quel che non sanno inventano, ha cominciato a starmi stretto fin dall’adolescenza. Adolescenza che ho trascorso da un lato a sognare di fuggire il prima possibile, dall’altro ad interrogarmi su chi ero e sui perché della vita, cercando risposte nella lettura, nell’arte, nel teatro di Pirandello e nella musica rock.

Erano i mitici anni 80, quelli dove pensavamo di vivere in un paese ricco, pieni di speranze, della new wave ma anche della musica commerciale. Ero dark, e vi lascio immaginare cosa significasse essere “strana” in un paese così piccolo e inevitabilmente conformista. Non sopportavo che mi venisse chiesto di essere “normale”, inteso “come gli altri”. “Come possiamo – mi dicevo – essere come gli altri se ognuno di noi è unico? Questa normalità esiste o è una costrizione, una finzione? Se ognuno di noi la vede a modo suo, chi ha ragione? La realtà esiste o ognuno ha la sua?”

E così, tra il cercare di capire chi ero e quale fosse la mia strada, e il desiderio di cambiare il mondo (tipico di una adolescente ribelle e idealista), a 19 anni ho lasciato il paesino e mi sono trasferita a Bologna, la città dei miei sogni.

La vita che mi ero immaginata sin da piccola prevedeva un lavoro entusiasmante, che mi facesse crescere ed imparare tante cose e che mi facesse conoscere la natura umana, sempre oggetto e soggetto di grande fascino.

Ho realizzato i miei desideri nella vendita! In questa attività che ti mette in contatto con tante persone diverse, ti fa entrare nel loro mondo, in tanti mondi, ti permette di capire la natura umana, ti chiede di crescere ed imparare continuamente, ti chiede di rispettare le persone, di soddisfarne i bisogni e aiutarli a realizzare i loro desideri, ti insegna ad ascoltare e a percepire te stesso e il prossimo, che ti mette davanti ad uno specchio ogni giorno.

Saper vendere è libbertà

Era il 1994, non avevo ancora compiuto 21 anni, dopo un anno di università trascorso più a divertirmi che a studiare, finiti i soldi che avevo guadagnato in un lavoro stagionale in fabbrica, avevo deciso di abbandonarla e con essa anche l’idea di diventare professore universitario: carriera troppo lunga che non mi avrebbe dato indipendenza economica prima dei 30 anni.

Per ragioni di cuore mi ero trasferita vicino a Roma e un giorno mi fu proposto di fare l’agente immobiliare.

Da dove venivo io l’agente immobiliare non sapevamo praticamente cosa fosse: le persone non cambiavano casa tanto facilmente da prevedere addirittura una figura professionale che le aiutasse in questo. Ma quando mi spiegarono in cosa consistesse, capii che quella sconosciuta professione, aveva i requisiti che volevo: i guadagni erano proporzionali al mio lavoro (a provvigioni), non dovevo timbrare un cartellino e la campana di una fabbrica non segnava le mie giornate. Inoltre avrei dovuto studiare e imparare tante cose, e intuivo che il rapportarmi con tante persone diverse, implicava quel aspetto psicologico che soddisfaceva il mio desiderio di conoscere la natura umana (e in fondo, me stessa).

L’educazione ricevuta dai miei genitori (devi lavorare sodo per meritare ciò che hai) e il mio desiderio di emancipazione dallo status della donzelletta che vien dalla campagna, mi portarono a mettere il massimo impegno in quello che facevo e ad ottenere risultati piuttosto soddisfacenti.

Tornata a Bologna, entrai in un importante gruppo immobiliare internazionale.

Prendete una ragazza di 28 anni, che sa fare bene una professione, che si butta a capofitto nel lavoro per non fare i conti emotivi di una separazione (a Roma mi ero anche sposata), mettetela in un gruppo che le fornisce strumenti all’avanguardia e tanta formazione, e quasi inevitabilmente otterrete un Top Producer.

Così è stato per me.

Ben presto, forse troppo presto, visti i miei risultati nella vendita, spinta dall’ambizione e dalle aspettative che sentivo su di me, decisi che era arrivato il momento di ampliarmi, e diventare un vero e proprio imprenditore.

Erano gli anni in cui il mattone andava a gonfie vele, e in cui sembrava potesse non finire mai. Ingrandii così la mia agenzia immobiliare, arrivando a creare un team di quindici persone.

Come tanti piccoli imprenditori italiani, ho potuto e dovuto vivere tutte le difficoltà di chi inizia come artigiano o professionista, e proprio perché molto bravo nel suo lavoro, ad un certo punto decide di ingrandirsi, senza avere vere capacità imprenditoriali, se non la propensione al rischio.

Così cerchi di imitare i migliori, quelli che sono già arrivati dove tu vorresti essere. Cerchi di seguire un modello di successo, che ti viene venduto come vincente, quasi come scientifico: se fai così, otterrai sicuramente i risultati.

Ma quando ti basi solo su un modello inventato da altri come se fosse universale, senza renderti conto che è come un vestito taglia unica che va non sta male ma neanche bene a nessuno.

Quando a forza di crederci fino in fondo, investi tutto ciò che ha nella tua impresa, come fosse un figlio, c’è un solo modo perché le cose vadano bene: che tutto vada sempre bene. Anche quando una mattina ti svegli e ti rendi conto che tutto è cambiato non molli, speri che passi, speri di farcela, non vuoi deludere dipendenti, fornitori, persone che avevano creduto in te.Non vuoi nemmeno deludere te stesso: se molli è perché non sei abbastanza.

Così resisti, resisti sperando di sconfiggere lo tsunami, fino a quando ti rendi finalmente conto che non ce la fai più e che devi staccare l’ossigeno.

Ho dovuto far ricorso a tutta la forza che non sapevo nemmeno di avere, a tutta la fede o fiducia che prima o poi ne sarei uscita, per non soccombere, anche alla vergogna propria di chi solitamente non si concede errori e di chi, abituato a mantenere la parola data, non riesce più a farlo.

In quel periodo ho capito tante cose: dall’impreparazione con cui si fa impresa in Italia, alla mancanza della cultura dell’errore (che ci insegnerebbe a prevederli anziché a non metterli in conto), alla disperazione che ha portato tante persone a farla finita, alla follia che ha portato un intero paese ad indebitarsi fino all’osso per acquistare case o per cercare di mantenere in piedi aziende ormai andate.

quando risollevi la testa_chiara zerbini

Ho capito che davvero finché c’è vita c’è speranza, e che ognuno di noi, anche nei momenti più bui, può trovare in sé le risorse per ricominciare ed andare avanti.

Perché quando risollevi la testa puoi vedere quel barlume di luce che ti consente di riorganizzare le idee e di decidere come continuare a vivere.

Allora metti insieme i pezzi della tua vita e di chi sei, metti insieme i puntini (come avrebbe detto Steve Jobs) e trovi il senso di ciò che è stato e il significato che vuoi e puoi ancora trasmettere.

La specie umana si divide in due categorie – coloro che vanno avanti e fanno qualcosa, e coloro che se ne stanno seduti a chiedersi, “Perché non è stato fatto nell’altro modo?”. (Oliver Wendell Holmes Jr.)

Gli anni della crisi immobiliare avevano portato alla luce anche tutti i problemi di un patrimonio immobiliare, quello italiano, obsoleto, vecchio, altamente inquinante, costruito senza criterio. Quando mi fu chiesto di occuparmi della vendita di un cantiere in centro a Bologna, ristrutturato secondo criteri di alta efficienza, capii che quello era il futuro, e che gli unici immobili su cui valeva la pena investire erano quelli.

Gli altri? Tutti da rifare o da demolire.

A quel punto, come potevo tentare di convincere qualcuno ad indebitarsi per 30 anni, per acquistare un immobile che io avrei demolito il giorno stesso?

Entrai in quello che nel coaching si chiama conflitto di valori: da una parte, per rispetto di chi mi affidava la vendita del suo immobile, avrei dovuto mettere in campo tutte le mie abilità di venditore, dall’altra non riuscivo a “mentire” all’acquirente.

Se potevo pensare di uscire dalla crisi economica, da quella mia crisi personale non riuscii ad uscire.

Che fare quindi? Non avevo più vent’anni, ma di certo mi aspettavano altri trent’anni di lavoro.

Durante la mia carriera immobiliare, oltre che alla formazione prettamente tecnica, mi ero avvicinata e appassionata alla formazione così detta trasversale. Agli inizi degli anni duemila avevo infatti iniziato a studiare vendita, comunicazione, negoziazione, management, marketing, gestione delle risorse umane, crescita personale e tutto quello che pensavo potesse servirmi per svolgere al meglio il mio lavoro.

Il mondo della formazione mi aveva talmente affascinato e appassionato, che per circa due anni (parallelamente all’attività immobiliare) avevo lavorato come responsabile commerciale di un’importante società di formazione e avevo fondato una scuola per agenti immobiliari, con la quale formavo i miei agenti.

In quegli anni, avevo anche avuto un coach, Andrea Favaretto.

In piena crisi personale, confidando che un percorso di formazione mi avrebbe potuto chiarire le idee, mi iscrissi alla sua scuola di coaching: l’Unconventional Coaching School®.

Proprio in quel periodo anche Andrea era in trasformazione: entrato in crisi con i vecchi modelli di formazione motivazionale, iniziava a creare un nuovo modello di coaching, l’unconventional coaching, basato sul concetto del senza sforzo, che parte dall’unicità e delle caratteristiche della persona, per permetterle di trovare un suo modello di successo, un suo modo di fare le cose, in linea con chi è.

Niente a che vedere con il vestito a taglia unica.

Era quello che cercavo!

Ben presto capii anche che la professione di coach rispettava i requisiti che all’epoca mi avevano fatto scegliere di fare l’agente immobiliare, con un altro elemento: la possibilità di mettere insieme tutto quello che avevo imparato e tutte le mie esperienze, positive e negative, per affiancare le persone in un percorso di autorealizzazione, di libertà e di miglioramento della vita personale e professionale.

Dopo aver superato l’esame per la certificazione, nel 2016, come coach in PNL e Unconventional Coach ed essere entrata a far parte della scuola come coach assistente e come trainer, chiusi definitivamente l’attività di agente immobiliare.

Ormai quel capitolo della mia vita era chiuso.

Ma che fare di quello che avevo imparato in oltre vent’anni? E che tipo di coach volevo essere?

Nella vita come nel mercato, puoi decidere se essere la brutta copia di qualcuno o la bella copia di te stesso, se indossare un vestito taglia unica o di qualcun altro, o se indossarne uno fatto su misura per te.

Se c’è una cosa che ho imparato dai miei errori, dalle mie esperienze, o osservando tutte le persone che incontrato grazie alla vendita e alla formazione, è che molti dei nostri guai e delle nostre insoddisfazioni derivano dal vivere secondo schemi, regole e modelli che non ci appartengono.

Le regole possono essere il migliore dei nostri schiavi o il peggiore dei nostri padroni. Andrea Favaretto

Be you for you, titolo di questo blog e nome della mia attività di coaching, nasce così: per essere un viaggio alla (ri)scoperta di sé stessi, della propria forza, del proprio modo di rivendicare la libertà di vivere a modo proprio e della propria unicità.

Be You For You

Se vorrai continuare a leggermi, sentirai spesso di parlare anche di vendita e di negoziazione, perché imparare a vendere e a vendersi, significa conoscersi meglio, superare o imparare a convivere serenamente con alcune nostre paure.

Inoltre, imparare a vendere e a vendersi ci dà quell’autonomia che ci aiuta a vivere secondo le nostre regole. Anche in questo senso, vendere è libertà.

Mentre imparare a negoziare, ci consente di avvicinare le nostre regole a quelle degli altri, nel lavoro come nella vita privata. Ci permette di vivere secondo le nostre regole, rispettando le regole degli altri e del vivere civile. Ci consente di scegliere quali regole sociali seguire.

Per finire questa bio, poiché la voce “hobby e tempo libero” è un altro must per raccontarsi, il mio tempo fuori dal lavoro lo dedico al volontariato per aiutare gatti.

Ho imparato ad amarli da qualche anno: ognuno di loro è originale a modo suo; sanno amarti molto ed essere dolcissimi, possono farti le fusa ma anche graffiarti se violi la loro indipendenza, sono astuti e testardi, e soprattutto magici.


Mi fermo qui, spero di averti raccontato abbastanza senza esagerare.

Forse avrei preferito poter descrivere la mia vita come il racconto di gesta straordinarie e di successi; forse anche voi avreste preferito trovare in questa pagina modelli da imitare. Ma ho solo potuto scrivere di una persona che come altri, ogni giorno cerca di fare il miglior uso del tempo che le viene dato, secondo quell’unicità che appartiene a tutti noi.

Al tempo stesso, sono consapevole del fatto che ognuno di noi si costruisce le proprie verità riguardo alle cose, alle persone, alla vita, che si rappresenta una realtà secondo i propri filtri. Per questa ragione, quello che penso io, non si potrà mai tradurre fedelmente in quello che potrete pensare voi.

Come scrisse Pirandello, a me tanto caro, in “Uno, nessuno, centomila”

“Ma il guaio è che voi, caro mio, non saprete mai come si traduca in me quello che voi mi dite. Non avete parlato turco, no. Abbiamo usato, io e voi, la stessa lingua, le stesse parole. Ma che colpa abbiamo, io e voi, se le parole, per sé, sono vuote? Vuote, caro mio. E voi le riempite del senso vostro, nel dirmele; e io, nell’accoglierle, inevitabilmente, le riempio del senso mio. Abbiamo creduto d’intenderci; non ci siamo intesi affatto.”

Non so se un giorno avremo l’occasione di incontrarci di persona, ma nel frattempo, vi auguro di vivere ogni giorno al meglio che potete e secondo le vostre regole, perché la vita non è né giusta né sbagliata, è come è; sta a noi farne qualcosa di buono.

Chiara Zerbini