C’era una volta un regno chiamato Italia

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C’era una volta un regno feudale in una bellissima terra, ricca di storia, monumenti, arte, paesaggi e cultura

Come tutti i regni che si rispettano c’erano re, nobili, funzionari, ministri, esattori, giudici, vassalli e valvassori… e sudditi.

Vigeva un’organizzazione piramidale, dall’alto verso il basso, chi più era in alto guadagnava e viveva alle spalle di chi stava più in basso.

Ovviamente il re e i nobili ne traevano il maggior profitto, e i sudditi (il popolino) erano la categoria che più era svantaggiata da questa struttura piramidale, dovendo lavorare per mantenere tutti quelli che stavano sopra, per giunta subendone spesso anche le angherie.

Il re e i nobili passavano le loro giornate tra lussi e privilegi, impegnati in intrighi di corte tra loro e uomini potenti e ricchi per preservare la loro posizione, pur non essendo troppo preoccupati dal perderla perché, come si sa, l’investitura era divina. La carica veniva tramandata di padre in figlio, di generazione in generazione, e quindi anche la progenie nasceva con un futuro già assicurato. Ovviamente erano pressoché intoccabili, e una volta arrivati alla fine della carriera ecco che scattava il vitalizio (no, questo forse no, sto sbagliando epoca).

Un po’ al di sotto di loro c’era la casta di mezzo, formata da funzionari, ministri, esattori, giudici, professori, con l’incarico di far funzionare il regno. Sì, ma farlo funzionare in che modo? Non certo per generare ricchezza e prosperità a beneficio di tutti, ma piuttosto per permettere ai potenti di conservare il loro potere, spesso parti attive o compiacenti delle ragnatele di intrighi che venivano tessute.

A queste cariche raramente si accedeva per merito; sì, è vero, venivano indetti concorsi, ma il modo per predesignarne il vincitore si poteva pur sempre trovare. Così il più delle volte questi incarichi istituzionali andavano a figli dei figli di qualcuno, nipoti e pronipoti (fenomeno noto come nepotismo), amici di.

Queste persone, spesso per niente competenti, arrecavano grossi danni alla prosperità del regno, ma essendo molto prossimi ad un’investitura divina per interposta persona, anch’essi si sentivano intoccabili, e spesso lo erano, giacché a giudicarli sarebbero stati amici di amici, e si sa, tra cani non ci si morde.

E quanto a quelli che nella loro carriera erano partiti con le migliori intenzioni, persone oneste con un alto senso dello stato (scusate del regno), venivano ostacolati dai primi, emarginati, e per proseguire nella loro carriera dovevano superare le sette fatiche di ercole; alcuni demordevano, altri ce la facevano a prezzo di esaurimenti nervosi, altri venivano eliminati e chiamati eroi.

Sempre nella casta di mezzo c’erano vassalli e valvassori, ex popolani, persone che in diversi modi si erano adoperate e si adoperavano attivamente a favore dei nobili e dei ministri, fungendo un po’ ruffianamente da mediatori tra loro e il popolo, facendo propaganda durante le (finte) elezioni, cercando in qualche modo di ingraziarsi i potenti, nel tentativo di accrescere la loro posizione nella scala gerarchica del regno, ottenere qualche privilegio in più, nella speranza di lasciarsi alle spalle la condizione di suddito.

Nel gradino più basso del regno c’erano i sudditi, il popolo, fatto di contadini, operai, commercianti, artigiani, piccoli imprenditori, schiere più basse dell’esercito e delle forze dell’ordine, docenti, impiegati, che lavoravano per mantenere tutti gli altri. In questo erano continuamente ostacolati, bistrattatati, e tartassati, ma loro, in quanto sudditi, non potevano che limitarsi a lamentarsi senza null’altro fare. La cosa che più detestavano erano i privilegi (altrui ovviamente): pagare tutte quelle tasse per mantenere i lussi dell’organizzazione che gli stava sopra proprio non gli andava giù.

E così i sudditi cercavano di cavarsela come meglio potevano: alcuni non pagando le tasse, altri cercando di destreggiarsi un po’ maldestramente tra le pieghe del sistema, altri ancora espatriando, altri cercando di diventare vassalli e valvassori, cosa che gli avrebbe consentito il passaggio di rango.

In fondo bastava fingere di impegnarsi socialmente, ingraziarsi qualcuno che aveva già fatto il passaggio, convincere qualcuno a votarli, ed ecco che un giorno sarebbero usciti dalla condizione di popolani, e avrebbero potuto godere di tutti i benefici degli altri e perché no tentare la scalata al potere per conquistare sempre più privilegi, quegli stessi privilegi che avevano prima tanto criticato.

C’erano poi sudditi che per cavarsela adottavano un altro sistema, che consisteva nel rendersi invisibile, cercando di avere uno stipendio (anche misero) o un sussidio per arrivare a fine mese, senza mai alzare troppo la testa; Dante li avrebbe messi nel girone degli ignavi.

E certo, c’erano anche sudditi onesti, con senso del dovere, della responsabilità, del senso civico, che non si facevano corrompere dal sistema, che non cercavano di approfittarsene, ma anche quelli in un qualche modo erano eroi. Eroi silenziosi e anonimi di cui non si parlava tanto, anche perché così non avrebbero infastidito o ispirato nessuno.

Sarà stato perché erano in pochi e sparpagliati, sarà stato che non si erano mai organizzati, sarà stata la sfiducia e la rassegnazione, o forse la paura di subire angherie dai potenti, anche questi eroi raramente tiravano fuori il loro senso eroico per cercare di cambiare le cose.

In fin dei conti, in questo regno, tutti pensavano a difendere il loro orticello, piccolo o grande che fosse, nessuno che pensasse mai a renderlo migliore, nel tentativo di conservare tutti il proprio status, bello o brutto che fosse, nella paura che qualsiasi forma di cambiamento glielo avrebbe fatto perdere peggiorando (a volte ulteriormente) la loro condizione.

In questo modo però dimenticavano di conservare le ricchezze e le bellezze di quella terra, spesso abbandonate, la cui condanna e salvezza finì con il risiedere nella loro conquista da parte di ricchi stranieri che realmente le apprezzavano.

Ma, questo regno feudale d’altri tempi vi ricorda qualcosa dei giorni nostri?

Se sostituissimo la parola regno con la parola Italia il discorso filerebbe lo stesso?

Purtroppo, sì.

Perché il regno di cui parlo è proprio l’Italia, e ciò che ha ispirato questo racconto misto tra il serio e il faceto è stato osservarne la condizione, attuale o passata.

Chi non conosce la storia è condannato a ripeterla. (George Santayana)

Così come nel periodo feudale e risorgimentale, non abbiamo governanti ma regnanti e nobili, non siamo cittadini ma sudditi, e la casta di mezzo funziona pressappoco nello stesso modo.

Chi dice che l’Italia si è guastata negli ultimi anni, temo che non conosca bene la storia; perché quella che ci hanno raccontato sui banchi di scuola, quel risorgimento dal sapore romantico, non rispecchia esattamente com’è andata.

L’unità d’Italia è stata una partita a Risiko che per diverse ragioni ha finito con il consegnare ai Savoia i regni confinanti ingrandendone il loro.

Come nazione non siamo nati da un moto sentito e condiviso da parte di un popolo per la conquista della propria libertà e dei propri diritti, come invece è successo in altre nazioni. Né abbiamo mai fatto nulla di veramente efficace per affrancarci da quella situazione.

E così la condizione del popolo che viviamo oggi è la stessa di centocinquant’anni fa.

Certo, stiamo meglio di allora, ma non siamo ancora usciti dalla condizione di sudditi; pensate solo alla sudditanza, psicologica e non solo, alla riverenza, con cui trattiamo politici e funzionari di stato (o di regno) per poi parlarne male alle spalle.

Negli altri paesi i governanti amministrano e non regnano.

Perché il popolo fa il cittadino e non il suddito.

In realtà questo Paese è invece il più governabile che esista al mondo: le sue capacità di adattamento e di assuefazione, di pazienza e persino di rassegnazione sono inesauribili. Basta viaggiare in treno o in aereo, entrare in un ospedale, in un qualsiasi ufficio pubblico, avere insomma bisogno di qualcosa che abbia a che fare con il governo dello Stato, con la sua Amministrazione, per accorgersi fino a che punto del peggio sia governabile questo Paese, e quanto invece siano ingovernabili coloro che nei Governi lo reggono: ingovernabili e ingovernati non dico soltanto nel senso dell’efficienza; intendo soprattutto nel senso di un’idea del governare, di una vita morale del governare. (Leonardo Sciascia)

Noi italiani ci lamentiamo che in Italia le cose non funzionino, come se fosse l’Italia a dover cambiare, quando invece siamo noi italiani a dover iniziare a svolgere il compito di cittadino e non di suddito. Fino a quel momento, vivremo lamentandoci di essere sudditi, vessati bistrattati e tartassati da uno stato che funziona come un regno.

Ma se quando andiamo a votare la scelta del candidato si basa su quello che ci sistema il figlio, o che ci risolve una questione, o che ci fa un favore, o che ci sana la casa abusiva, di cosa ci lamentiamo?

Emblematica e lungimirante fu l’affermazione di Carlo Cattaneo, che ebbe un ruolo fondamentale nelle cinque giornate di Milano nel 1848, davanti all’esiguo numero di cittadini che parteciparono alle Cinque Giornate:

“Se non volete la libertà, siate sudditi”

Chiara Zerbini

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