Cambiare e rimanere se stessi

Tempo di lettura:  5 minuti

Cambiare e rimanere se stessi allo stesso tempo si può? E cosa cambiare per rimanere se stessi?

Cambiare è necessario per adattarsi ai cambiamenti che la vita ci chiede e per non fare la fine dei dinosauri. Allo stesso tempo, rimanere se stessi è forse l’unico modo per non sentirsi barche senza timone preda delle correnti.

È possibile destreggiarsi in questa dicotomia, navigando su una barca solida che può affrontare le acque che cambiano?

Mi conosco, sono fatto così, non ci posso fare niente!

Quante volte abbiamo detto o sentito questa frase.

È normale dire o pensarlo.

Tutti noi siamo molto legati alla nostra identità. A quello che siamo. O a quello che pensiamo di essere.

È una delle cose che ci dà più sicurezza.

Ed è anche fra quelle che difendiamo maggiormente. Per le quali siamo disposti a lottare. A litigare. Quando viene attaccata ci sentiamo offesi. Sviliti. Umiliati.

Spesso però confondiamo la nostra identità, ciò che siamo, con le nostre azioni, con i nostri comportamenti, con le nostre abitudini, con i nostri pensieri.

Il fatto è che non siamo i nostri comportamenti. Non siamo le nostre azioni. Non siamo le nostre abitudini. Non siamo i nostri pensieri.

Se riflettiamo un attimo, i pensieri, le abitudini e i comportamenti che avevamo dieci o vent’anni anni fa, erano in parte diversi da quelli che abbiamo oggi.

Eppure, eravamo sempre noi.

Perché ciò che siamo è qualcosa di molto più profondo che ci rende unici.

Ma allora, chi siamo?

Ciò che conosciamo di noi è solamente una parte, e forse piccolissima, di ciò che siamo a nostra insaputa. (Luigi Pirandello)

Cosa ci definisce?

Ci conosciamo davvero o lasciamo che siano gli altri a definirci?

Appena nati, ci troviamo in un contesto familiare e sociale che inizia ad educarci.

Il problema è che quello che definiamo “educazione” è spesso un processo di programmazione.

Come molti sapranno, la parola “educare” deriva dal latino “educere”, che significa tirare fuori.  Per questo, l’educazione dovrebbe avere come obiettivo quello di tirare fuori chi siamo.

Quello che invece accade è che genitori ed educatori in genere, mettono in atto un processo di inserimento di schemi di comportamento e di pensiero.

Ci programmano a comportarci bene, secondo canoni socialmente accettati. Ad essere persone di un certo tipo.

Certamente lo fanno in buona fede.

Ma è ben lontano dall’educere, dal tirare fuori quello che siamo.

Per questo, da adulti ci capita di trovarci divisi tra ciò che in un qualche modo sentiamo di essere e quello che ci hanno insegnato ad essere.

Ci siamo convinti, o abbiamo permesso che ci convincessero, che per vivere bisogna adeguarsi.

Anche al modo in cui gli altri ci definiscono.

E a volte ci troviamo a pensare di essere ciò che non siamo veramente.

Come possiamo cambiare e rimanere noi stessi, se non sappiamo chi siamo veramente?

Non mi conoscevo affatto, non avevo per me alcuna realtà mia propria, ero in uno stato come di illusione continua, quasi fluido, malleabile; mi conoscevano gli altri, ciascuno a suo modo, secondo la realtà che m’avevano data; cioè vedevano in me ciascuno un Moscarda che non ero io non essendo io propriamente nessuno per me: tanti Moscarda quanti essi erano. (Uno, nessuno e centomila – L. Pirandello)

Perché cambiare?

Cambiare può essere faticoso.

Ci toglie certezze.

Ci obbliga a metterci in gioco.

Ma allora, perché cambiare?

I motivi che ci inducono al cambiamento, si possono raggruppare in tre categorie.

Desideriamo o abbiamo bisogno di cambiare:

  • per uscire da una situazione spiacevole
  • per mantenere uno stato già esistente
  • per migliorare una condizione

Qualsiasi sia il motivo, cambiare è parte dell’esperienza umana.

Pensate a che vita noiosa sarebbe se tutto fosse sempre uguale a ieri?

Non sempre cambiare equivale a migliorare, ma per migliorare bisogna cambiare. (Winston Churchill)

Ma quand’è che il cambiamento diventa qualcosa di veramente sgradevole? Quand’è che lo percepiamo come un pericolo, tanto da farci suonare in testa tutte le sirene d’allarme?

Quando diventa inevitabile per il mutare delle condizioni esterne.

Pensate a tutte le volte in cui dobbiamo adeguarci a qualcosa di non richiesto. All’azienda, al mercato, alla società.

L’educazione di cui ho accennato prima, nei confronti del cambiamento imposto da circostanze, può averci programmato in due modi:

  • a rifiutarlo, al suono di “si è sempre fatto così, perché cambiare?”
  • oppure ad accettarlo passivamente, obbligandoci ad adeguarci, come se non avessimo altra scelta.

Purtroppo però, se da un lato la capacità di adattamento consente il mantenimento della specie e della nostra vita, non sempre ci garantisce la felicità e il successo, qualsiasi significato abbia per ciascuno di noi.

Quindi, davanti al cambiamento, voluto o imposto, come possiamo fare in modo di gestirlo, per essere noi padroni della nostra vita, per quanto possibile?

Il cambiamento è come un’onda, davanti alla quale possiamo cercare di opporci, con il rischio di rompere pezzi della nostra nave, oppure imparare a destreggiarsi in quell’onda. Virando, facendo manovre, tenendo il più possibile il timone.

E forse, l’unico modo per essere timonieri della nostra nave è cambiare e rimanere se stessi.

Quando partiamo da noi stessi, da chi siamo davvero, da cosa ci fa stare bene e cosa no, da cosa è in linea e cosa no, allora possiamo scegliere le nostre regole. Anche nei confronti del cambiamento.

Possiamo decidere cosa rappresenta per noi un vero miglioramento.

Allora potremo scegliere di rimanere noi stessi e di cambiare i nostri comportamenti, ampliare le nostre capacità, modificare le nostre convinzioni. Ma in funzione di ciò che siamo e di ciò che vogliamo davvero, di obiettivi e scopi scelti da noi. Senza che siano gli altri a definire chi siamo, cosa dobbiamo volere e cosa dobbiamo fare per cambiare.

Sii ciò che tu sei. Questo è il primo passo verso il diventare migliore di quanto tu sia. (Julius Charles Hare)

Qual è il piccolo cambiamento che puoi fare oggi per assecondare l’onda e mantenere il timone della tua nave?

Chiara Zerbini

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