Be you for you

Tempo di lettura:  7 minuti

Perché questo blog? Perché questo titolo “Be you for you”?

Be you for you, che letteralmente significherebbe sii te per te, ovvero tutto e niente, è l’invito a vivere secondo le proprie regole, secondo la propria libertà di essere ciò che siamo e ciò che vogliamo, senza per questo volerle imporre agli altri.

Quando ti occupi di coaching e formazione, capita che le persone si aspettino che tu abbia qualche tipo di verità da insegnare e possibilmente veloce da imparare.

D’altra parte, questa società un po’ social e un po’ fast food, ci ha abituati ad andare su google per cercare qualsiasi tipo di “come fare per” e di ricette, comprese quelle per la felicità, per il successo, per la ricchezza, o per diventare coach o trainer in un paio di week end.

Un gran risparmio di tempo, sempre meno a disposizione di tutti, o un cibarsi delle regole di qualcun altro?

Fino a che punto siamo disposti a delegare ad un algoritmo di Google o di Facebook le nostre scelte?

In un mondo sempre più veloce e sempre più ricco di offerta, di stimoli e di modelli da seguire, è facile sentirsi disorientati, nelle piccole e nelle grandi scelte quotidiane e di vita, dalle più semplici

  • Quale ristorante scegliere per festeggiare un amico?
  • Dove e con chi vivere?
  • Dove andare in vacanza?

Alle più complesse ed esistenziali

  • Cosa voglio e cosa non voglio davvero per la mia vita e per la mia felicità?
  • Quali regole e valori guidano le mie scelte?
  • Chi sono o chi voglio essere, uno fra i tanti o voglio potermi esprimere per ciò che sono?
  • Per cosa voglio essere scelto o addirittura ricordato?

Sono domande che ci facciamo per ogni area della nostra vita: nella relazione con noi stessi, nelle nostre relazioni con gli altri, nel nostro lavoro.

Perché nel mondo delle tante possibilità, si rischia di giocare ad acchiappatutto senza godere di niente, o senza nemmeno tentare di giocare e alla fine senza portare niente a casa.

Anche per chi come me ha un’attività in proprio il rischio di confondersi tra la moltitudine delle offerte è sempre dietro l’angolo.

Per questa ragione distinguersi nel mercato è diventato un imperativo, un must come si direbbe oggi, per crearsi uno spazio, sempre più virtuale, in cui per pochi o per molti la tua esistenza, personale e professionale, abbia un senso e quindi un seguito.

Pertanto, nell’esigenza di marcare un territorio come farebbe uno dei miei gatti, mi sono chiesta a lungo in che modo avrei voluto o potuto distinguermi (domanda che nessuno dei miei gatti credo si sia mai fatto).

La risposta l’ho trovata in quelle stesse domande che faccio ai miei clienti: cosa ti caratterizza da sempre e come puoi esprimerlo affinché sia di qualche utilità a qualcun altro?

Nel vivere secondo le mie regole, a modo mio, senza curarmi troppo di piacere a tutti, anche quando mi ha portato a vivere un certo conflitto interno.

Perché se è vero come è vero che come animali sociali, dobbiamo pur piacere a qualcuno, è pur vero che il voler piacere a tutti ci porta a dover accettare regole non nostre e a sminuirci agli occhi degli altri e sopratutto a noi stessi.

Così, lasciando i dettagli della mia vita a chi vorrà leggere la mia bio e risparmiandovi l’elenco di tutto quello che potrei fare per voi (perdonate l’ironia), racconterò in questo blog quello che ho osservato e sperimentato (nel bene e nel male) negli anni, nella speranza, forse vana, che possa essere di qualche utilità anche ad altri (ammesso che dopo questa prefazione qualcuno decida di proseguire nella lettura).

chi è chiara zerbini_coach

A volte potranno sembrarvi parole e pensieri strambi…

A voi la libertà di scegliere se leggerli, commentarli, essere d’accordo oppure no.

Unicità e sano egoismo

Ho 45 anni e per buona parte della mia vita ho vissuto un conflitto interiore: da una parte la volontà di voler vivere a modo mio e la convinzione che ognuno di noi dovrebbe vivere la vita a modo suo; dall’altra il desiderio di approvazione sociale. In pratica una sorta di dualismo tra unicità e sano egoismo da una parte, dall’altra rispetto delle regole sociali.

“Ma esiste davvero questo dualismo? – mi chiedevo – “Davvero non ci è consentito di vivere come vogliamo, secondo la nostra unicità, nel rispetto degli altri e delle regole sociali che ci permettono di vivere con le altre persone?”

Per anni mi sono arrovellata nel tentativo di darmi una risposta che andasse oltre la dicotomia dell’ “o questo o quello” e che contemplasse entrambe le cose in armonia.

Be you for you è la sintesi di questa risposta, o magari il risultato di queste risposte.

È l’esortazione a vivere secondo le proprie regole, secondo la propria unicità, ricordandosi al tempo stesso che le nostre regole valgono per noi e non necessariamente per gli altri.

Non certo per fregarsene di chi ci sta vicino, piuttosto, per realizzare ciò che siamo a beneficio nostro, del prossimo e, forse, del mondo, o quanto meno, per evitare di far pesare agli altri le nostre frustrazioni come chi, portando un macigno troppo pesante in salita, cerca di scaricarlo sul vicino per condividere la fatica.

Il fatto di voler vivere secondo le proprie idee, secondo la propria unicità, il voler pensare con la propria testa senza voler compiacere gli altri o al così fan tutti, non ha niente a che fare con l’egoismo che calpesta la vita altrui; semmai ha a che fare con quel sano egoismo che vede nella libertà propria e altrui il fondamento di una vita felice e serena.

Una rosa rossa non è egoista perché vuole essere una rosa rossa. Sarebbe orribilmente egoista se volesse che i fiori del giardino fossero tutti rossi e tutti rose. (Oscar Wilde)

D’altra parte, aveva già ragione Maslow

Avete presente quando qualcuno, magari con qualche anno più di noi, dice “non siamo contenti di niente perché abbiamo tutto.. seguito da “una volta non avevano niente ed erano più contenti”?

Beh, in un certo senso ha ragione, anche se a mio avviso con un’accezione diversa.

Nel 1954, Abraham Harold Maslow, psicologo statunitense, teorizzò la gerarchia dei bisogni (nota anche come piramide di Maslow), secondo la quale ogni individuo è unico, ma accomunato da bisogni secondo una gerarchia che parte dai bisogni fisiologici, per arrivare al bisogno di autorealizzazione (passando in ordine attraverso quelli di sicurezza, appartenenza e affetto, stima e autostima). Sempre secondo questa teoria, una volta soddisfatto un bisogno inferiore nella gerarchia, le persone ricercano la soddisfazione di quello successivo.

In effetti, i nostri nonni, oppure quelle popolazioni che non sono nate nella parte più fortunata del mondo, non avevano certo il problema di porsi obiettivi, di cercare di autorealizzarsi, di vivere secondo la propria unicità, di liberarsi dalle regole imposte per vivere come volevano, impegnati com’erano o come sono a soddisfare bisogni di sopravvivenza.

Noi invece, uomini e donne occidentali moderni che solitamente non devono lottare per la sopravvivenza, viviamo problemi di altra natura: non ci basta più essere sereni, vogliamo essere felici; non ci basta avere un tetto sulla testa, lo vogliamo con certi confort; non ci basta un tozzo di pane per sfamarci, vogliamo del buon cibo; vogliamo un lavoro che ci dia soddisfazioni economiche e gratificazioni; vogliamo una relazione appagante.

Tuttavia, anche se accomunati da questi desideri e da queste nuove necessità, ognuno di noi ha un modo proprio per soddisfarli.

Ma qual è quel modo proprio?

In funzione di cosa definiamo che una casa, un lavoro, una relazione, ci soddisfano oppure no?

Con ogni mezzo di comunicazione veniamo bombardati da modelli che promettono felicità e successo; se bastasse seguirli, i dati ci direbbero che siamo sempre più stressati, frustrati e depressi?

Forse i modelli precostituiti non possono andare bene per tutti, come quando proviamo a metterci addosso l’abito di un altro che porta una taglia diversa?

Probabilmente no.

Probabilmente, stiamo ancora attraversando il passaggio da una società semplice e rurale dove le regole valevano per tutti, ad una più complessa dove ciascuno di noi ha bisogno di seguire le proprie, di fare le cose a modo suo, nel rispetto ed in funzione della sua unicità.

Ma siamo pronti a vivere secondo la nostra unicità? Qualcuno ci ha forse preparato?

Non certo la scuola, che tende ancora ad omologare tutti.

Non certo i nostri genitori, figli di una società più semplice.

Tantomeno la società, che trova nell’omologazione tanti vantaggi per controllarci e per vendere prodotti standard.

È per questo che quando io e i miei colleghi dell’Unconventional Coaching School® parliamo di unicità ai nostri clienti, quando li guidiamo a definire la direzione e le regole che vogliono per la loro vita, spesso ci sentiamo dire cose come queste: “mi stai forse dicendo che devo vivere senza preoccuparmi di chi mi sta vicino, di pensare solo ai miei bisogni, di essere un egoista, di farmi le regole da solo anche a discapito degli altri?”.

Forse siamo ancora così ingabbiati nello stereotipo che esiste un solo modo, una sola regola universale, da pensare che vivere secondo la nostra unicità, le nostre regole e la nostra direzione, implichi necessariamente fregarsene della vita degli altri o vivere a discapito di chi ci sta attorno.

“Gli uccelli nati in una gabbia pensano che volare sia una malattia”. Alejandro Jodorowsky

Ma fatti salvi alcuni imperativi etici e morali di rispetto della vita, ognuno di noi dovrebbe stabilire le proprie regole e cercare di farle coesistere con le regole degli altri.

Allora forse, potremo vivere in pace con noi stessi e con gli altri.

Chiara Zerbini

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