Anniversario dell’Unità d’Italia: buon compleanno a tutti

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Il 17 marzo ricorre l’anniversario dell’Unità d’Italia, il compleanno di tutti noi italiani, di nascita o acquisiti, di tutti coloro che hanno scelto questa terra per viverci e di tutti coloro che hanno dovuto lasciarla.

Nonostante l’Anniversario dell’Unità d’Italia rappresenti il compleanno di tutti noi, quest’anno il 158°, come sappiamo non rientra tra le feste nazionali né viene ricordato in alcun modo (con l’eccezione del 2011 quando abbiamo festeggiato il 150° con qualche parata militare).

La domanda che mi faccio è: perché?

In una Nazione dove si celebrano 7 festività nazionali religiose (Epifania, Pasqua, Lunedì dell’angelo, Ferragosto – in onore della Madonna – Ognissanti, Immacolata Concezione, Natale, Santo Stefano) oltre alle feste del patrono in ogni campanile, la festa dei lavoratori, quella della liberazione del 25 aprile, e una sola “di stato”, la festa della Repubblica del 2 giugno, introdotta solo di recente, possibile che non si sia trovato il modo di festeggiare l’Anniversario dell’Unità d’Italia?

Perché non ne sentiamo il bisogno come popolo e come stato?

In effetti se diamo uno sguardo alla storia e ai fatti che hanno portato all’Unità d’Italia non ci sarebbe poi molto da festeggiare o di che essere fieri. Ma anche se siamo nati da un parto difficile, è pur sempre la nostra Italia, la terra delle nostre origini e dei valori che in un qualche modo ci accomunano.

Non sei tenuto a venerare la tua famiglia, non sei tenuto a venerare la tua nazione, non sei tenuto a venerare il posto dove vivi, ma devi sapere che li hai, devi sapere che sei parte di loro. (Philip Roth)

Le nostre origini

Non voglio riportare qui un trattato di storia, ma vorrei festeggiare questo compleanno, il compleanno di tutti, come ogni compleanno che si rispetti, quando chi ti ama rispolvera l’album di famiglia e ti ricorda i momenti più significativi della tua vita da quando sei nato.

L’Unità d’Italia venne proclamata il 17 marzo 1861, quando il Re Vittorio Emanuele II di Savoia assunse il titolo di Re d’Italia, per sé e i suoi successori (che i fatti riveleranno essere uno peggio dell’altro).

A scuola abbiamo studiato quello che definiamo “Risorgimento”: un susseguirsi di due guerre di indipendenza (alle quali ne seguì una terza per l’annessione dei territori del Veneto nel 1866 quando l’Italia, nel rispetto dell’alleanza italo-prussiana, partecipò alla guerra austro-prussiana, dichiarando guerra all’Austria), moti carbonari, spedizione dei mille, Teano, piazza Cinque Giornate, breccia di Porta Pia (che avvenne dopo la proclamazione del Regno d’Italia, nel 1970), ad opera di uomini come Cavour, Garibaldi, Farini, Mazzini, Cadorna, Cattaneo e altri.

“A una storiografia aulica, che presenta il Risorgimento come una gloriosa epopea intessuta solo di eroismi e sacrifici, si contrappone quella radicaleggiante che lo presenta come una “rivoluzione fallita” o “tradita”. Indro Montanelli

Nella stesura dei libri scolastici deve aver prevalso la prima, perché quello che, almeno a mia memoria, non ci viene spiegato in tutte le sue implicazioni è che fu molto simile ad una partita di risiko che estese il regno sabaudo, non senza incontrare resistenze dello stesso re, che non aveva mai brillato di coraggio e che avrebbe fatto volentieri a meno di cimentarsi nell’Unità d’Italia e di contrapporsi al Papa.

Mentre in altri stati (come ad esempio in Francia, in Germania, in America) i popoli si levarono in vere rivoluzioni per conquistare la libertà, in Italia non abbiamo assistito ad un popolo (o ad un insieme di popoli visto che di fatto gli italiani non esistevano ancora) partecipe del proprio destino.

L’Unità d’Italia fu proclamata a seguito di un plebiscito con il quale i popoli dei territori annessi si consegnavano nelle mani del Re, nella speranza di liberarsi dai precedenti regnanti che fino a quel momento li avevano governati e quasi sempre soggiogati.

In seguito fu una ristretta cerchia di borghesia moderata (e non repubblicana), formata da ceti che si preoccupavano più di mantenere i loro privilegi e lo status quo, a governare il paese, di fatto sostituendosi ai vecchi nobili, e a gestirlo come un feudo di classe. È a questo contesto che dobbiamo le mafie, nate all’inizio come forme di brigantaggio a difesa dei contadini.

Le masse rimasero escluse dal voto per lunghissimo tempo (il suffragio universale è stato definitivamente istituito solo nel 1945) e dall’istruzione, e restarono aliene alla formazione di uno stato che doveva risolvere problemi di unificazione delle leggi, di mancanza di risorse, di creazione di una moneta unica, di gestione delle terre, di analfabetismo e di povertà diffusa.

Ma a prescindere dai fatti, dalle motivazioni e dai modi che portarono all’Unità d’Italia, oggi siamo una Nazione, forse sbagliata, sicuramente piena di contraddizioni, di cose che non vanno, di disparità, ma pur sempre una Nazione.

Festeggiare il 17 marzo come Anniversario dell’Unità d’Italia potrebbe portarci ad una maggiore consapevolezza e ad una maggiore identità come popolo?

Fare gl’Italiani doveva rivelarsi impresa molto più difficile che fare l’Italia. Tant’è vero che vi siamo ancora impegnati.
(Indro Montanelli)

So che parlare di identità di popolo può sembrare un discorso politico, gradito ai nazionalisti e ai populisti, inviso da democratici e progressisti.

Ma l’identità nazionale non ha niente a che fare con il colore o la fazione politica, né con il chiudere i confini razziali o economici o sociali.

Sarebbe come dire che una persona con una forte identità personale sia per questo chiusa agli altri.

O che una famiglia unita sia per questo chiusa o in lotta con altre famiglie.

L’identità di popolo che intendo ha a che fare con i valori, la storia e la lingua.

Ha a che fare con la conoscenza delle origini e delle origini dei nostri problemi.

Ha a che fare con il quel senso civico che porta al rispetto della cosa pubblica, delle istituzioni, del nostro patrimonio, come cosa di tutti e non come qualcosa di nessuno da usare a proprio piacimento.

Ha a che fare con il senso di comunità, unita per il bene comune, contrapposto a quell’individualismo che ci divide.

Anni di viaggi e di mestiere mi hanno portato a incontrare italiani in tutti gli angoli del mondo: credo di sapere cosa ci ha danneggiati e cosa ci ha aiutati. Ci hanno danneggiato l’intelligenza (asfissiante), l’inaffidabilità, l’individualismo, l’ideologia e l’inciucio. Ci hanno aiutato la gentilezza, la generosità, la grinta, il gusto e il genio. Soprattutto il genio di trasformare una crisi in una festa – ed è quello che potremmo fare anche stavolta, se saremo determinati e fortunati.
(Beppe Severgnini)

Mi rendo anche conto che oggi sono in molti a chiedersi se in un mondo sempre più globale abbia ancora senso parlare di identità di popolo.

Forse un giorno il mondo sarà un’unica grande nazione, accomunata dalle stesse leggi, dagli stessi valori, dalla stessa lingua.

Ma nel frattempo, dovremmo costruire un’Italia migliore, dovremmo preoccuparci di creare gli italiani, fieri della nostra identità, della nostra terra, dei nostri prodotti, dei nostri valori.

Allora forse sapremmo gestirci meglio e sapremo convivere in modo civile anche con chi, meno fortunato di noi, è costretto a cercar fortuna qui, come fecero i nostri nonni migranti.

L’Italia riapparirà un giorno, lo sento, e sarà calma e gentile sotto un cielo celeste, come qualche secolo fa. Ci saranno giardini, boschi, belle città. Una popolazione rada e mite vivrà in questi posti benedetti, e le parole di questo tempo saranno favole. (Anna Maria Ortese)

Non ho l’illusione che una festa possa risolvere i nostri problemi sociali, economici o politici, ma festeggiare il compleanno dell’Italia potrebbe certo ricordarci di amarla e di rispettarla.

Il che, sarebbe un buon inizio.

Buon compleanno Italia

A questa Italia fatta male.

A questa Italia sbagliata, piena di contraddizioni, di divisioni, di cose che non vanno.

A questa Italia che ha ospita il 75% del patrimonio dell’Unesco.

A questa Italia che è un museo a cielo aperto.

A questa Italia che produce tutto ciò che di bello e di pregio c’è nel mondo.

A questa Italia del genio, della scoperta e dell’inventiva.

A questa mamma, Italia, che aspetta ancora di vedere i suoi figli uniti.

E buon compleanno a tutti gli italiani, ha chi ha scelto di vivere qui e chi è stato costretto a lasciarla.

Viva l’Italia, l’Italia liberata,
l’Italia del valzer, l’Italia del caffè.
L’Italia derubata e colpita al cuore,
viva l’Italia, l’Italia che non muore.
Viva l’Italia, presa a tradimento,
l’Italia assassinata dai giornali e dal cemento,
l’Italia con gli occhi asciutti nella notte scura…
(Francesco de Gregori)

Chiara Zerbini

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